un’etichetta
comune, un’iconografia legata ad una prospettiva bidimensionale, dovuta
esclusivamente al fatto che i ritratti più prestigiosi eseguiti fino
a quel tempo erano quelli del verso delle monete o delle medaglie e perciò
rigorosamente di profilo. Le opere eseguite fino al 1470 circa (Gentile da
Fabriano, Filippo Lippi, Pisanello, Cosmè Tura, Antonio Pollaiolo),
ne sono un tipico esempio ed i loro ritratti ad olio rifiniti spesso con meravigliose
velature di tempera all’uovo non erano che l’inizio di un percorso
artistico che il ritratto stava per compiere. Il seme era appena stato gettato
e da quel germoglio sarebbero nati i grandi capolavori che avrebbero reso
grandi decine di artisti fino ai giorni nostri. Il 1400 rappresenta la chiave
di svolta del ritratto. Le nuove scienze umanistiche e la filosofia che voleva
l’uomo al centro dell’universo, rompono definitivamente col passato
aprendo finalmente gli orizzonti di tutte le discipline artistiche. Nel ritratto
le prime innovazioni vengono espresse da Antonello da Messina, il quale, studiando
anche le nuove tendenze dell’arte fiamminga apre per primo in Italia
una nuova prospettiva sul ritratto aggiungendo la “profondità”.
Nasce così il ritratto di tre quarti con il coinvolgimento dello spettatore
in un’atmosfera di partecipazione totale. I muri artistici sono abbattuti:
ora, ritrattato e spettatore possono comunicare insieme le proprie emozioni.
Non si dirà più guardare un quadro, quanto piuttosto vivere
un quadro per il coinvolgimento sentimentale e totale che le nuove opere d’arte
infondono. Un vero e proprio punto di non ritorno. D’ora in poi gli
artisti migliori saranno anche quelli che meglio sapranno interpretare gli
spazi nella tela come in un piccolo teatro. L’arte del ritratto non
sarà perciò solo ricerca somatica ed encomiastica eseguita con
raffinata tecnica stilistico-pittorica, ma anche una nuova finestra nella
realtà delle emozioni in senso completo. I ritratti eseguiti dai Bellini
(v. le Gallerie dell’Accademia a Venezia), ne sono un vivido esempio.
Il 1500 si avvia così verso un nuovo modo di trattare la pittura. Il
supporto artistico, fino a questo momento legato alla tavola, viene ora quasi
interamente sostituito dalla tela, più economica, leggera e facilmente
trasportabile. Alcuni artisti, sviluppando e maturando tecniche personali
arriveranno addirittura a scegliere i nuovi tipi di supporto a seconda della
loro trama e ordito, onde sfruttarli come mordente per la stesura del colore
alla ricerca di particolari effetti pittorici. Nel Veneto: Giorgione, Tiziano,
i Palma, Sebastiano del Piombo, Tintoretto, Veronese, … in centro Italia:
Michelangelo, Raffaello, Pontormo, Rosso Fiorentino, Bronzino, … (solo
per citarne alcuni), grazie alle numerose committenze dei nuovi prìncipi,
papi e reali d’Europa, consegneranno alla storia dell’arte la
più ricca e solare produzione di opere d’arte di tutti i secoli.
I ritratti della prima parte di questo secolo sono caratterizzati da colori
morbidi e passaggi tonali delicati spesso ambientati in sfondi luminosi e
paesaggi arcadici e celesti. Alla ricerca di incarnati cromaticamente ricchissimi
di mezzitoni e plasticissime sfumature dipinte dai veneti (di cui Tiziano
è stato il maggior esponente), viene invece proposta dai pittori del
centro Italia una ritrattistica sicuramente fatta più di disegno, dove
il pennello spesso sembra seguire anche i tratti dei lineamenti ancor prima
della scelta del colore. Mentre infatti toscani, umbri e marchigiani sostenevano
che il disegno era in primis alla base di tutte le arti figurative (e che
perciò, prima di dipingere, scolpire o progettare strutture era necessario
creare un disegno preliminare ben definito), i veneti ribattevano che ognuna
di queste discipline era invece indipendente e a sé stante, dimostrando
che si poteva benissimo dipingere direttamente sulla preparazione della tela
con larghe pennellate di abbozzo per incominciare a definire le masse ed i
volumi dei soggetti dell’opera, preferendo così abbandonarsi
alla pittura con la ricerca vera e propria del colore. Questa sana sfida filosofico-stilistica,
fu un importante principio del successo della competizione artistica di questo
secolo. Le commissioni delle corti reali europee erano quasi sempre indirizzate
a pittori italiani chiamati spesso a ricoprire incarichi come artisti di corte.
In questo secolo emergono in Lombardia, Veneto ed Emilia nuove tendenze stilistiche
quasi in concomitanza con quanto accade nelle fiandre. I bresciani Savoldo
(maturato nella laguna veneta), il Moretto ed il bergamasco Moroni, approdano
con la loro pittura ad un nuovo tipo di realismo sicuramente meno ideale di
quanto proposto dal classicismo di questo periodo, in cui alla tonalità
degli sfondi in chiave alta fanno da contraltare tonalità più
basse ricercate nelle terre e nelle ombre naturali e bruciate. Già
Tiziano prima della sua morte, avvenuta nel 1576, era evoluto con la sua straordinaria
esperienza pittorica in questa direzione, sebbene in maniera del tutto personale.
Studiando la storia e la lunga evoluzione dell’artista veneziano, passato
da una tavolozza iniziale di tredici colori ad una di soli cinque, ci si può
fare un’idea della panoramica di tutta la storia dell’arte. La
ricchezza cromatica del 1500 era passata con lui ad una sintesi di pochi colori
in cui sfruttandone le innumerevoli sfumature e potenzialità nulla
facevano rimpiangere, per atmosfera, le tele del pieno classicismo. Contemporaneamente
anche la pennellata diveniva meno particolarista, mutando in una ricerca cromatica
fatta di transizioni ed abbozzi cromatici stesi in vari strati e lasciati
quasi in fase preparatoria. Il colore ed il modo strutturalmente spesso di
stenderlo nella tela diviene, con Tiziano, un nuovo modo di interpretare il
carattere del soggetto. In questo percorso vi è tutta la storia dell’arte
ed i quadri di questo grande artista saranno ispirazione e coscienza anche
per i nuovi pittori che traghetteranno l’arte del ritratto in un altro
straordinario secolo di espressione, il 1600. Nel 1591 arriva a Roma un giovane
lombardo già allievo di Simone Peterzano, artista maturato nella bottega
di Tiziano a Venezia. Il giovane pittore, perciò di estrazione artistica
lombardo-veneta, portava già con sé le esperienze pittoriche
del naturalismo lombardo e dopo qualche anno di difficili esordi in varie
botteghe romane, vide la propria pittura esplodere con grande fragore nell’occasione
delle sue prime importanti commissioni. Codesto giovane era Michelangelo Merisi,
detto il Caravaggio. Tutto il 1600 sarà caratterizzato dalla sua pittura,
fatta di cogliere cose e persone dal vero naturale attraverso il dramma della
luce che caratterizza il momento fatto di contrasti chiaroscurali bilanciati
da straordinari equilibri cromatici tipici della pittura delle sue origini.
I suoi soggetti sono caratterizzati da una grande umanità, colti nello
straordinario realismo dell’azione che stanno per cogliere. Caravaggio
è il pittore dei moti dell’animo, il più grande drammaturgo
del pennello che sia mai esistito e tutto ciò che dipinge (figure umane,
angeli, santi e madonne), vanno contro il decoro dei canoni tradizionali che
la controriforma cattolica impone. Caravaggio, per primo, insegna come muore
un martire e non come dovrebbe morire, contravvenendo all’ideale con
il reale. Nulla comunque può fermare questo ciclone di rinnovamento
che si sta compiendo e che caratterizzerà e libererà gli artisti
a venire dai classici schemi imposti dal passato. Saranno di questo secolo
artisti come: Rubens, Rembrandt, Vermeer, Velasquez e Van Dyck. Pittori che
interpreteranno con stili molto personali la ritrattistica del loro tempo.
Rubens e Van Dyck, arrivati in Italia in momenti diversi attratti dalle ricche
collezioni di quadri da studiare e dalle forti commissioni di ritratti delle
corti, sono considerati italiani d’adozione. Il loro stile celebrativo
ed encomiastico fu certamente quello che seppe meglio interpretare le esigenze
del momento. La ritrattistica di Rubens è caratterizzata da una florida
pittoricità che ricorda i lavori dei pittori veneti. Dame e nobili
di corte sono dipinti con incarnati sensualmente madreperlacei e rubicondi:
una pittura rivolta sicuramente al piacere istintivo dell’osservatore.
Van Dyck fu invece alla ricerca più del realismo della materia epidermica
con poche licenze ed il suo pennello seppe essere straordinario indagatore
ed interprete del carattere e della personalità psicologica dei suoi
soggetti con realismo toccante. La pittura di Vermeer, che come Rembrandt
lavorò esclusivamente in Olanda, è invece caratterizzata da
soggetti posti quasi sempre in interni vicino ad una finestra che distribuisce
una delicatissima luce all’interno di una stanza. L’effetto dei
suoi ritratti è qui profondamente diverso. Non sono più i soggetti
a venirci incontro con il loro realismo, ma siamo noi a tuffarci in un’atmosfera
onirica ed a ritrovarci coinvolti con personaggi sognanti che paiono distratti
dalla nostra presenza nello svolgimento delle loro azioni, immersi in una
quiete assoluta. Nello stesso momento, Rembrandt scrive una nuova pagina della
ritrattistica. Quasi avesse assistito alla creazione delle opere tarde di
Tiziano, la sua pittura e la stesura del colore si fanno più corpose
e spesse divenendo quasi un bassorilievo cromatico. Le luci risaltano vivide
negli sfondi bruni ricchi di terre, ocre ed altre sfumature calde e verdastre
e le pennellate grasse vengono distribuite con piccoli colpi di dimensioni
ridotte. Si trattò sicuramente di una ricerca artistica molto personale
e senza compromessi, poiché le opere prodotte da Rembrandt nella sua
fase più matura non erano certo indirizzate ai gusti di una clientela
dai gusti descrittivi e fedelmente somatici. Struttura del colore e sensibilità
cromatica delle luci e delle ombre furono comunque la chiave del successo
di questo pittore. Altro grande maestro che caratterizzò la ritrattistica
del 1600 fu sicuramente Velasquez. Visse el siglo de oro spagnolo insieme
ad altri grandi artisti iberici, ma fu egli che investito della carica di
pittore di corte della corona borbonica potè meglio esprimere e rappresentare
la ritrattistica del suo tempo in Spagna. Già Carlo V ed i Borboni
erano stati buoni committenti di Tiziano, sì che Velasquez ebbe l’opportunità
di studiare da vicino a Madrid alcune opere del pittore veneziano ed apprezzarne
così l’evoluzione. Nei suoi due viaggi in Italia ebbe poi la
possibilità di approfondire le conoscenze sulla pittura italiana. Tornato
a Madrid continuerà la sua produzione liberandosi di alcuni schemi,
così come altri pittori prima di lui fecero in età matura. Rappresentò
con le sue tele ed il colore la malinconica attesa del secolo d’oro
spagnolo che andava scemando e perdendo quel potere che ne aveva caratterizzato
gli anni tra il 1560 ed 1660. I molteplici ritratti eseguiti a Filippo IV
ed a tutta la sua corte, in cui vi è una piacevole ricerca del colore
come effetto, divengono col tempo sempre meno nitidi e abbozzati e le pennellate
dei prestigiosi vestiti baroccati si fanno sempre più sciolte ed improvvise,
lasciando trasparire la tela appena preparata con un impasto di terra di Siena,
terra d’ombra e bianco. Il 1700 vede le corti italiane assogettate alle
dominazioni straniere. Il centro economico-culturale non è più
retaggio della penisola italica, ma delle nazioni europee più grandi,
ormai divenute veri e propri imperi grazie alle loro colonie sparse in tutto
il mondo. In Italia, la Serenissima merita un discorso a parte. Anche se il
suo potere risulta indebolito, nella città lagunare c’è
sempre spazio per le commissioni dei nobili e della borghesia veneziana che
si esprimono anche negli affreschi delle nuove ville palladiane della terraferma.
Sono di questo periodo artisti come Tiepolo, Longhi, Rosalba carriera ed il
Piazzetta. Nelle arti, il nuovo modello è il neoclassicismo e la ritrattistica
sembra tornata ai vecchi canoni celebrativi in cui si avverte anche il vezzo
del rococò veneziano. Negli affreschi ritornano in auge i colori dalle
chiavi tonali più alte, mentre nelle tele i toni più cupi del
seicento vengono rialzati e le pennellate più volte si slegano dal
manierismo. Negli affreschi del Tiepolo vengono celebrate allegorie mitologiche
e Venezia viene impersonificata da una donna bella e prosperosa dipinta con
toni squillanti. Sembra l’apogeo della luce e della magnificenza e nulla
sembra presagire la fine della Serenissima per mano delle truppe napoleoniche
allo scadere del secolo. Il Piazzatta merita una menzione a parte essendo
l’unico a dipingere con diversa atmosfera. Dalle sue tele, preparate
con fondo a base di Terra di Siena bruciata, emergono sfondi in chiave tonale
bassa, mentre i soggetti sembrano risaltare illuminati delicatamente da raggi
luminosi che penetrano l’aria. Atmosfera che ricorda il 1600, ma la
leziosità dei movimenti e dei soggetti sono tipici della Venezia settecentesca.
Nella scultura, Antonio Canova realizzando splendidi marmi neoclassici porta
le nuove tendenze accademiche del fine ‘700 verso il romanticismo che
già si stava sviluppando nelle arti e nella letteratura europea. In
questo clima cresce un altro straordinario artista veneziano: Francesco Hayez.
Dopo i primi studi svolti nella città lagunare (ormai memore dei fasti
d’un tempo a causa della sua caduta per opera di Napoleone), trascorse
la sua esperienza artistica tra Milano e Roma, città che sapevano meglio
offrire committenze agli artisti che uscivano dalle accademie. Oltre ai ritratti
eseguiti alla nobiltà e ad altri personaggi illustri della sua epoca,
i suoi temi sono rivolti alle salienti vicende storiche, classiche e bibliche
raccontate con straordinaria capacità coloristica, luminosa e da una
pittura fatta di grande capacità disegnativa nella tradizione accademica
del tempo. Verso il 1840, nelle accademie di Venezia, Firenze ed altre città
italiane, come si respirasse un desiderio comune alimentato da una certa insofferenza
al rigido achema del copione classico-romantico, si mise in luce una nuova
generazione di giovani pittori. I Macchiaioli (così si chiamarono i
proseliti di questa nuova disciplina artistica), dipinsero soprattutto paesaggi
(ma anche ritratti), cercando di esaltare l’effetto della luce con i
contrasti scenici e ricche pennellate cromatiche stese con freschezza unica.
Il colore perciò torna ad essere il principale protagonista ancorchè
la precisa linea accademica appena studiata nelle scuole d’arte. La
macchia (da cui il loro nome), diviene così il tocco rapido steso di
getto, dettato da una straordinaria conoscenza del colore e di tutte le sue
sfumature, in cui si avverte la profonda coscienza di una ricerca pittoricamente
realistica. Sono di questo momento: Fattori, Signorini, Lega, Borrani, Boldini,
Favretto, Zandomeneghi, Nono, i Ciardi, solo per citarne alcuni. Contemporaneamente
in Lombardia si sviluppa la Scapigliatura ad opera di altri due straordinari
esponenti (Ranzoni e Cremona), che nei loro ritratti sembrano sposare le atmosfere
romantiche del periodo con uno stile in cui i bordi e le linee sembrano sparire
per dar vita a soggetti che vivono in fantastiche sfumature cromatiche senza
confini definiti ed in cui il colore è veramente l’unico artefice
dell’opera. L’Italia del tempo è però assoggettata
alle dominazioni europee ed i primi moti popolari (che animeranno molti di
questi artisti), portarono alle guerre d’indipendenza ed a sforzi economici
che la nostra povera economia del tempo non poteva sostenere. Con un periodo
in anticipo di dieci anni vivevamo comunque l’esperienza artistica che
in Francia verrà chiamata Impressionismo e sarà proprio Parigi
(capitale economicamente ricca e ponte tra vecchio e nuovo continente), ad
ospitare i nuovi artisti italiani in cerca di quei consensi e di quel successo
che non poteva essere riconosciuto in patria. Le biennali al Salon de Paris
erano infatti l’esposizione più importante del tempo ed un ottimo
trampolino di lancio a cui i pittori erano fortemente interessati. L’esperienza
francese degli artisti italiani, al di là del successo e della fama
che conferì loro, non portò comunque dei miglioramenti stilistici.
Il francesismo adottato nelle loro nuove opere con pennellate troppo sciolte
e allungate, faceva perdere la plasticità dei contrasti prima creati
con sapienti fusioni di molteplici pennellate. Ma tant’è, la
storia ha insegnato che un artista solo senza committenze e mecenatismo ha
scarse capacità di espressione. Dei pittori italiani dell’ 800
restano comunque i loro straordinari quadri di ogni dimensione, anche se la
storia dell’arte deve ancora riconoscere loro il giusto valore che meritano.
A cavallo tra ‘800 e ‘900 la scena artistica assiste, tra nuovi
stili e forzature, alla rivelazione di alcuni pittori che diranno (a volte
solitariamente), qualcosa di nuovo nel campo dell’arte. E’ la
volta di Klimt, artista di grande sensibilità che nel periodo d’oro
dipinse con morbidezza sensualissimi ritratti di figure femminili ambientate
in sfondi che paioni veri e propri mosaici. E poi Dalì con bellissime
figure immerse nel suo surrealismo, od Annigoni in cui il manierismo fiorentino
sembra rivivere nella modernità. Per restare ancora in Italia, Balla
prefuturista, o Gola; ma la nuova repubblica francese post-imperiale aveva
avviato un nuovo sistema economico-moderno scoprendo la forza dei nuovi media
e la pubblicità al fine del business e del profitto. L’antico
schema del binomio (artista + mecenate e committenza = opera d’arte)
era retaggio del passato. Una nuova classe di imprenditori aveva fiutato l’affare
e si imponeva come intermediario per la vendita dei nuovi prodotti artistici.
Di lì a poco, anche le accademie, spinte dalle nuove tendenze, perderanno
le profonde conoscenze delle tecniche pittoriche che avevano forgiato generazioni
di grandi pittori. Il grande pathos emozionale, frutto di sensibilità
e coscienza artistica che si respirava ammirando le opere dei grandi maestri
del passato, sarà eredità del percorso personale e solitario
di rari pittori figurativi che umilmente affronteranno dopo sperimentazioni
personali un nuovo percorso artistico.